13) Galileo. Le qualit dei corpi .
Galilei ci presenta la sua dottrina sulle qualit dei corpi, che
poi saranno distinte in soggettive ed oggettive. Egli usa
l'esempio del solletico per spiegare le qualit soggettive, fra le
quali include anche il calore.
G. Galilei, Il Saggiatore (pagina 92).

Ma prima mi fa di bisogno fare alcuna considerazione sopra questo
che noi chiamiamo caldo, del qual dubito grandemente che in
universale ne venga formato concetto assai lontano dal vero,
mentre vien creduto essere un vero accidente affezzione e qualit
che realmente risegga nella materia dalla quale noi sentiamo
riscaldarci.
Per tanto io dico che ben sento tirarmi dalla necessit, subito
che concepisco una materia o sostanza corporea, a concepire
insieme ch'ella  terminata e figurata di questa o di quella
figura, ch'ella in relazione ad altre  grande o piccola, ch'ella
 in questo o quel luogo, in questo o quel tempo, ch'ella si muove
o sta ferma, ch'ella tocca o non tocca un altro corpo, ch'ella 
una, poche o molte, n per veruna imaginazione posso separarla da
queste condizioni; ma ch'ella debba essere bianca o rossa, amara o
dolce, sonora o muta, di grato o ingrato odore, non sento farmi
forza alla mente di doverla apprendere da cotali condizioni
necessariamente accompagnata: anzi, se i sensi non ci fussero
scorta, forse il discorso o l'immaginazione per se stessa non
v'arriverebbe gi mai. Per lo che vo io pensando che questi
sapori, odori, colori, etc., per la parte del suggetto nel quale
ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano
solamente lor residenza nel corpo sensitivo, s che rimosso
l'animale, sieno levate ed annichilate tutte queste qualit;
tuttavolta per che noi, s come gli abbiamo imposti nomi
particolari e differenti da quelli de gli altri primi e reali
accidenti, volessimo credere ch'esse ancora fussero veramente e
realmente da quelli diverse.
Io credo che non qualche essempio pi chiaramente spiegher il mio
concetto. Io vo movendo una mano ora sopra una statua di marmo,
ora sopra un uomo vivo. Quanto all'azzione che vien dalla mano,
rispetto ad essa mano  la medesima sopra l'uno e l'altro
soggetto, ch' di quei primi accidenti, cio moto e toccamento, n
per gli altri nomi da noi chiamata: ma il corpo animato, che
riceve tali operazioni, sente diverse affezzioni secondo che in
diverse parti vien tocco; e venendo toccato, verbigrazia, sotto le
piante de' piedi, sopra le ginocchia o sotto l'ascelle, sente,
oltre al commun toccamento, un'altra affezzione, alla quale noi
abbiamo imposto un nome particolare, chiamandola solletico: la
quale affezzione  tutta nostra, e non punto della mano; e parmi
che gravemente errerebbe chi volesse dire, la mano, oltre al moto
ed al toccamento, avere in s un'altra facolt diversa da queste,
cio il solleticare, s che il solletico fusse un accidente che
risedesse in lei. Un poco di carta o una penna, leggiermente
fregata sopra qualsivoglia parte del corpo nostro, fa, quanto a
s, per tutto la medesima operazione, ch' muoversi e toccare; ma
in noi, toccando tra gli occhi, il naso, e sotto le narici, eccita
una titillazione quasi intollerabile, ed in altra parte a pena si
fa sentire. Or quella titillazione  tutta di noi, e non della
penna, e rimosso il corpo animato e sensitivo, ella non  altro
che un puro nome. Ora, di simile e non maggiore essistenza credo
io che possano esser molte qualit che vengono attribuite a i
corpi naturali, come sapori, odori, colori ed altre.
Un corpo solido, e, come si dice, assai materiale, mosso ed
applicato a qualsivoglia parte della mia persona, produce in me
quella sensazione che noi diciamo tatto, la quale, se bene occupa
tutto il corpo, tuttavia pare che principalmente risegga nelle
palme delle mani, e pi ne i polvastrelli delle dita, co' quali
noi sentiamo piccolissime differenze d'aspro, liscio, molle e
duro, che con altre parti del corpo non cos bene le distinguiamo;
e di queste sensazioni altre ci sono pi grate, altre meno,
secondo la diversit delle figure de i corpi tangibili, lisce o
scabrose, acute o ottuse, dure o cedenti: e questo senso, come pi
materiale de gli altri e ch' fatto dalla solidit della materia,
par che abbia riguardo all'elemento della terra. E perch di
questi corpi alcuni si vanno continuamente risolvendo in
particelle minime, delle quali altre, come pi gravi dell'aria,
scendono al basso, ed altre, pi leggieri, salgono ad alto; di qui
forse nascono due altri sensi, mentre quelle vanno a ferire due
parti del corpo nostro assai pi sensitive della nostra pelle, che
non sente l'incursioni di materie tanto sottili tenui e cedenti: e
quei minimi che scendono, ricevuti sopra la parte superiore della
lingua, penetrando, mescolati colla sua umidit, la sua sostanza,
arrecano i sapori, soavi o ingrati, secondo la diversit de'
toccamenti delle diverse figure d'essi minimi, e secondo che sono
pochi o molti, pi o men veloci; gli altri, che ascendono,
entrando per le narici, vanno a ferire in alcune mammillule che
sono lo strumento dell'odorato, e quivi parimente son ricevuti i
lor toccamenti e passaggi con nostro gusto o noia, secondo che le
lor figure son queste o quelle, e di lor movimenti, lenti o
veloci, ed essi minimi, pochi o molti. E ben si veggono
providamente disposti, quanto al sito, la lingua e i canali del
naso: quella, distesa di sotto per ricevere l'incursioni che
scendono; e questi, accommodati per quelle che salgono: e forse
all'eccitar i sapori si accommodano con certa analogia i fluidi
che per aria discendono, ed a gli odori gl'ignei che ascendono.
Resta poi l'elemento dell'aria per li suoni: i quali
indifferentemente vengono a noi dalle parti basse e dall'alte e
dalle laterali, essendo noi costituiti nell'aria, il cui movimento
in se stessa, cio nella propria regione,  egualmente disposto
per tutti i versi; e la situazion dell'orecchio  accomodata, il
pi che sia possibile, a tutte le positure di luogo; ed i suoni
allora son fatti, e sentiti in noi, quando (senz'altre qualit
sonore o transonore) un frequente tremor dell'aria, in minutissime
onde increspata, muove certa cartilagine di certo timpano ch' nel
nostro orecchio. Le maniere poi esterne, potenti a far questo
increspamento nell'aria, sono moltissime; le quali forse si
riducono in gran parte al tremore di qualche corpo che urtando
nell'aria l'increspa, e per essa con gran velocit si distendono
l'onde, dalla frequenza delle quali nasce l'acutezza del suono, e
la gravit dalla rarit. Ma che ne' corpi esterni, per eccitare in
noi i sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che
grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi o veloci, io non
lo credo; e stimo che, tolti via gli orecchi le lingue e i nasi,
restino bene le figure i numeri e i moti, ma non gi gli odori n
i sapori n i suoni, li quali fuor dell'animal vivente non credo
che sieno altro che nomi, come a punto altro che nome non  il
solletico e la titillazione, rimosse l'ascelle e la pelle intorno
al naso. E come a i quattro sensi considerati nno relazione i
quattro elementi, cos credo che per la vista, senso sopra tutti
gli altri eminentissimo, abbia relazione la luce, ma con quella
proporzione d'eccellenza qual  tra `l finito e l'infinito, tra `l
temporaneo e l'instantaneo, tra `l quanto e l'indivisibile, tra la
luce e le tenebre. Di questa sensazione e delle cose attenenti a
lei io non pretendo d'intenderne se non pochissimo, e quel
pochissimo per ispigarlo, o per dir meglio per adombrarlo in
carte, non mi basterebbe molto tempo, e per lo pongo in silenzio.
E tornando al primo mio proposito in questo luogo, avendo gi
veduto come molte affezzioni, che sono reputate qualit risedenti
ne' soggetti esterni, non nno veramente altra essistenza che in
noi, e fuor di noi non sono altro che nomi, dico che inclino assai
a credere che il calore sia di questo genere, e che quelle materie
che in noi producono e fanno sentire il caldo, le quali noi
chiamiamo con nome generale fuoco, siano una moltitudine di
corpicelli minimi, in tal e tal modo figurati, mossi con tanta e
tanta velocit; li quali incontrando il nostro corpo, lo penetrino
con la lor somma sottilit, e che il lor toccamento, fatto nel lor
passaggio per la nostra sostanza e sentito da noi, sia
l'affezzione che noi chiamiamo caldo, grato e molesto secondo la
moltitudine e velocit minore o maggiore d'essi minimi che ci
vanno pungendo e penetrando, s che grata sia quella penetrazione
per la quale si agevola la nostra necessaria insensibil
traspirazione, molesta quella per la quale si fa troppo gran
divisione e risoluzione nella nostra sostanza: s che in somma
l'operazion del fuoco per la parte sua non sia altro che,
movendosi, penetrare colla sua massima sottilit tutti i corpi,
dissolvendogli pi presto o pi tardi secondo la moltitudine e
velocit degl'ignicoli e la densit o rarit della materia d'essi
corpi; de' quali corpi molti ve ne sono de' quali, nel lor
disfacimento, la maggior parte trapassa in altri minimi ignei, e
va seguitando la risoluzione fin che incontra materie risolubili.
Ma che oltre alla figura, moltitudine, moto, penetrazione e
toccamento, sia nel fuoco altra qualit, e che questa sia caldo,
io non lo credo altrimenti; e stimo che questo sia talmente
nostro, che, rimosso il corpo animato e sensitivo, il calore non
resti altro che un semplice vocabolo. Ed essendo che questa
affezzione si produce in noi nel passaggio e toccamento de' minimi
ignei per la nostra sostanza,  manifesto che quando quelli
stessero fermi, la loro operazion resterebbe nulla: e cos
veggiamo una quantit di fuoco, ritenuto nelle porosit ed
anfratti di un sasso calcinato, non ci riscaldare ben che lo
tegniamo in mano, perch'ei resta in quiete; ma messo il sasso
nell'acqua, dov'egli per la di lei gravit ha maggior propensione
di muoversi che non aveva nell'aria, ed aperti di pi i meati
dall'acqua, il che non faceva l'aria, scappando i minimi ignei ed
incontrando la nostra mano, la penetrano, e noi sentiamo il caldo.
Perch, dunque, ad eccitare il caldo non basta la presenza de
gl'ignicoli, ma ci vuol il lor movimento ancora, quindi pare a me
che non fusse se non con gran ragione detto, il moto esser causa
di calore. Questo  quel movimento per lo quale s'abbruciano le
frecce e gli altri legni e si liquef il piombo e gli altri
metalli, mentre i minimi del fuoco, mossi o per se stessi con
velocit, o, non bastando la propria forza, cacciati da impetuoso
vento de' mantici, penetrano tutti i corpi, e di quelli alcuni
risolvono in altri minimi ignei volanti, altri in minutissima
polvere, ed altri liquefanno e rendono fluidi come acqua. Ma presa
questa proposizione nel sentimento commune, s che mossa una
pietra, o un ferro, o legno, ei s'abbia a riscaldare, l'ho ben per
una solenne vanit. Ora, la confricazione e stropicciamento di due
corpi duri, o col risolverne parte in minimi sottilissimi e
volanti, o coll'aprir l'uscita a gl'ignicoli contenuti, gli riduce
finalmente in moto, nel quale incontrando i nostri corpi e per
essi penetrando e scorrendo, e sentendo l'anima sensitiva nel lor
passaggio i toccamenti, sente quell'affezzione grata e molesta,
che noi poi abbiamo nominata caldo, bruciore o scottamento.
G. Galilei, Il Saggiatore, Einaudi, Torino, 1977, pagine 223-228.
